Alessandro's profile"Viaggiatore Fantasma"PhotosBlogListsMore ![]() | Help |
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"Viaggiatore Fantasma"...il mio diario di bordo... Guestbook
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June 01 L'ultimo attoDopo un anno e tre mesi ho deciso di chiudere questo "diario di bordo".
Le motivazioni sono diverse. In primo luogo il tempo per mettermi a scrivere qualcosa è drasticamente diminuito a causa dei miei molteplici impegni. In secondo luogo, anche col tempo a disposizione, non ho più voglia di aggiungere altro.
Non che manchi la materia per la riflessione. Il nuovo governo si palesa forte con i deboli e debole con i forti, inasprendo le pene per quei clandestini che una legge ipocrita, voluta da quelle stesse forze politiche ora in carica, ha prodotto a dismisura negli ultimi anni, al punto da introdurre il reato di immigrazione clandestina - ignoro sulla base di quale principio giuridico; probabilmente lo stesso che nel Medioevo ispirava la condanna alla prigione per debiti. A Roma rispuntano le aggressioni fasciste, fomentate da un partito che in un paese civile sarebbe stato messo fuori legge chissà da quanto. Rispunta anche il MIUR, Ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca, mostruoso parto dell'era Moratti, abbandonando ancora una volta l'aggettivo "pubblica", e ancora una volta affidato a una persona che non ha mai avuto a che fare con nessuno degli enti compresi in tale denominazione. Per coprire il taglio dell'ICI si sottraggono i fondi per lo sviluppo a Sicilia e Calabria, ma in compenso riappare minaccioso lo spettro del ponte sullo Stretto. L'unico a fare un minimo di opposizione reale in Parlamento è rimasto Di Pietro, dato che il PD si contenta di baloccarsi con il suo "governo ombra", che non ha, appunto, maggiore incidenza e consistenza di un'ombra.
Nel frattempo, esce nelle sale un film stupendo sotto ogni punto di vista, la migliore smentita attualmente disponibile alla propaganda martellante cui siamo sottoposti da mesi e mesi, con la quale si vuole convincere il popolo italiano - e, in buona parte, lo si è convinto - che le radici dei mali di questo paese non stanno nella corruzione dei pubblici uffici o nello svilimento della politica a contrattazione mercantile, non sono da ricercare nel malcostume nichilistico dell'apparenza privilegiata sulla sostanza o nel vuoto lasciato dallo Stato in intere regioni e prontamente riempito dal crimine organizzato, bensì nella presenza sul territorio nazionale di qualche decina di migliaia di poveri cristi girovaghi o di delinquenti da due soldi.
La realtà, quindi, supera ogni più negativa previsione; e ancora non sono neanche cominciati gli Europei, malgrado la convincente vittoria dei campioni del mondo in carica sul Belgio (una nazionale, questa, che è comunque meno dell'ombra di quello squadrone che fu negli anni '80). Forse è anche per questo che non ho più tanto desiderio di commentarla. Ma c'è dell'altro. In terzo luogo, infatti, ritengo che questo spazio in rete abbia esaurito la funzione per cui lo avevo creato. In una fase della mia vita di incertezza e di difficoltà nella direzione da prendere, era stato uno strumento di autoconsapevolezza che mi aveva assistito nel superare questa impasse (nell'attesa, peraltro, dello sviluppo di quel sito personale che ho in progetto da tempo immemorabile). In seguito, è un po' sopravvissuto a se stesso. Vero è che mi ero anche divertito a curarlo, passatempo come tanti altri, con in più la dimensione del racconto e del confronto: i diari di viaggio, le puntualizzazioni sui fatti del momento, la mia continua "battaglia" contro il sonno della ragione che internet - pur con i suoi innegabili aspetti positivi - causa nelle coscienze di fin troppi individui, e altro ancora. Ora però non ci trovo più nessun gusto; e, dal momento che non mi piacciono le cose che sopravvivono a se stesse per inerzia, abitudine o quant'altro, chiudo qui. Lascerò in rete i contributi che a giudicare dalle statistiche sono i più visitati: i testi delle canzoni, i diari di viaggio, gli articoli sulla spiegazione delle citazioni, sullo smascheramento delle bufale, o sui salti mortali che bisogna compiere per far funzionare Windows Vista; nonché le fotografie - ricercatissime in particolare, così sembra, quelle di Piazza degli Eroi a Budapest, chissà perché. In tal modo ciò che ho prodotto, almeno, servirà a qualcun altro. Il resto lo toglierò, ormai ha fatto il suo tempo. Così come lascerò il registro degli ospiti disponibile per chiunque voglia passare di qui e lasciarmi una traccia o un saluto. Prometto di rispondere - anche se non "a tappo"! Toglierò invece le vecchie riflessioni, ormai prive di significato, memorie di un tempo - "l'inverno del nostro scontento" - che mi sono lasciato alle spalle, una volta per tutte.
Per concludere sarebbe ora logico aspettarsi la canzone del giorno. The End dei Doors? No: troppo scontata, troppo deprimente, e per di più opera di un gruppo, a mio parere, abbastanza sopravvalutato.
Invece, questo Lou Reed d'annata, con lo zampino di David Bowie (sempre sia lodato), e un video che non c'entra nulla ma è bello lo stesso, mi sembra il modo migliore per finire. Non prima, però, di aver ringraziato tutti coloro che con i loro interventi, suggerimenti, complimenti, osservazioni, critiche, saluti e via dicendo hanno collaborato a questo spazio. Un giorno tornerò con un sito "vero"... almeno spero!
La canzone del giorno: Lou Reed - Goodnight Ladies
(da Transformer, 1972) Goodnight ladies, ladies goodnight
It's time to say goodbye Let me tell you, now, goodnight ladies, ladies goodnight It's time to say goodbye Ah, all night long you've been drinking your tequilla rye
But now you've sucked your lemon peel dry So why not get high, high, high and Goodnight ladies, ladies goodnight Goodnight ladies, ladies goodnight
It's time to say goodbye Goodnight sweet ladies, all ladies goodnight It's time to say goodbye, bye-bye Ah, we've been together for the longest time
But now it's time to get high Come on, let's get high, high, high And goodnight ladies, ladies goodnight Oh, I'm still missing my other half
Oh, it must be something I did in the past Don't it just make you wanna laugh It's a lonely Saturday night Oh, nobody calls me on the telephone I put another record on my stereo But I'm still singing a song of you It's a lonely Saturday night Now, if I was an actor or a dancer that was glamorous
Then, you know, an amourus life would soon be mine But now the tinsel light of star break Is all that's left to applaud my heart break And eleven o'clock I watch the network news Oh, oh, oh, something tells me that you're really gone You said we could be friends, but that's not what's not what I want And, anyway, my TV-dinner's almost done It's a lonely Saturday night I mean to tell you, it's a lonely Saturday night One more word, it's a lonely Saturday night. May 14 Ultimissime dal mondo delle bufale: è scomparsa Ashley FloresOggi al momento di entrare in classe (una quinta) in prima ora ho trovato molte alunne impegnate in un'animata (come al solito) discussione sull'ennesima segnalazione dell'annuncio di una presunta intenzione della Microsoft di rendere Windows Live! Messenger a pagamento; segnalazione che stando ai solerti "cacciatori di bufale" di Snopes.com risalirebbe al 2001, con un antecedente riguardante un simile software di America On Line circolante fin dal 1999. Che si trattasse di un falso allarme messo in giro da qualcuno che evidentemente non ha modi più costruttivi di impiegare il proprio tempo - o, da un altro punto di vista, modi meno distruttivi di divertirsi - era cosa che alle ragazze era però ben chiara. Qualcuna ha ricordato a tal proposito le catene di sant'Antonio che minacciano conseguenze orribili a carico di chi le interrompe - e che hanno ispirato l'ignoto autore dello spassosissimo appello di Arild Ovesen. Un'altra il "caso" del taiwanese (o thailandese?) che si nutre di feti e commercia cervello umano in bocce di vetro con tanto di etichetta: sembra assurdo credere che il vilipendio di cadavere e il cannibalismo, reati punibili da tutte le legislazioni del pianeta, vengano bellamente esposti in rete. Eppure c'è gente che ci casca. E questa preoccupante conclusione non fa altro che confermare il ruolo negativo - senza peraltro voler negare quelli positivi - di internet come azzeratore del senso critico di molti individui.
In questi giorni sta circolando in rete un file Word disparitionIT.DOC contenente un appello straziante che invita a cercare una ragazza scomparsa... ma non si specifica né dove né quando! Già questo dovrebbe essere sufficiente a far capire che si tratta di una bufala inventata da qualcuno che non è in grado, evidentemente, di usare il suo tempo per qualcosa di più costruttivo.
Questo il testo "incriminato", redatto in uno stentato italiano e corredato da una foto:
Mia figlia di 13 anni, Ashley Flores, est scomparsa da due settimane.
Può succedere che se tutti fanno girare questo messaggio, qualcuno vedrà questa bambina. Così facendo una bambina scomparsa di Steven Point è stata ritrovata anche facendo circolare la sua foto alla televisione. Internet circola anche oltre-mare, in Sud America, Canada ecc. Per favore fate inoltrate questo messaggio a tutte le persone della vostra rubrica. Grazie a Dio e a tutto ciò che di spirituale esiste, questa bambina sarà ritrovata. Chiedo a tutti, supplico tutti, per favore, di far girare il più possibile questa immagine. Non è ancora troppo tardi. PER FAVORE AIUTATECI Chiunque sia in grado di dare delle informazioni al riguardo, per favore mi contatti : HelpfindAshleyFlores@yahoo.com Includo la foto di mia figlia. Tutte le vostre preghiere saranno preziose !!!
Sono sufficienti 2 minuti per far circolare il messaggio. Se si trattasse di vostro figlio farete l’impossibile per ottenere dell’aiuto !!! Come dovrebbe essere evidente già da una prima lettura, è molto strano che in una segnalazione di una persona scomparsa non si diano informazioni importanti quali l'altezza, il luogo dove è stata vista per l'ultima volta, o la data dell'ultimo contatto - "da due settimane" suona molto generico: due settimane da quando? Sorvolando sul fatto che, non so a voi, ma a me sembra che la ragazza nella foto mostri qualcosa di più di 13 anni. (Oh be', potrebbe aver già avuto lo scatto di crescita, non si sa mai.) Insomma, siamo in presenza dell'ennesima panzana destinata a intasare le nostre caselle di posta elettronica, già messe a dura prova dalle promesse di miracolose cure contro l'impotenza o dalle finte richieste di collegamento al conto Banco Posta o Pay Pal. Sospetto che sarebbe concretizzato da quanto riferiscono Snopes e, di rimando, Paolo Attivissimo: si tratterebbe di una burla sfuggita al suo creatore, come la famigerata battuta di Marcus Brigstocke su Pacman da me ricordata in un precedente intervento. Ebbene, le bufale sono sempre esistite: nel Medioevo parecchi giuravano di aver visto draghi color smeraldo buttar fuoco dalle narici, oppure i folletti e le fate passeggiare per i boschi; nell'Ottocento non vi era casa borghese rispettabile che non annoverasse tra la mobilia il tavolino rotondo per le sedute spiritiche; dal secondo dopoguerra fino agli anni '80 è stato tutto un fiorire di incontri ravvicinati di primo, secondo e terzo tipo.
Le menti di molti, sempre capaci di stabilire connessioni logiche là dove non ne esistono, sulla base dell'abitudine e della contiguità di certi eventi nello spazio e nel tempo, nonché portate a crearsi sulla base di poche e scarse informazioni interi castelli di credenze e opinioni, continuano, nella nostra epoca iper-tecnologica, a cadere nelle stesse trappole in cui cadevano non pochi dei nostri antenati. Con l'aggravante che oggi, stante l'alfabetizzazione di massa, si dovrebbero possedere ben altri strumenti culturali per discernere il vero non dico dal falso, ma quantomeno dal verosimile, anziché accettare acriticamente la diffusione di una qualsivoglia notizia via internet come garanzia d'autorevolezza, sic et simpliciter.
Ancor più grave mi sembra l'etnocentrismo (o addirittura il vero e proprio razzismo) latente che vien fuori in casi come quello del taiwanese antropofago: quanto più si collocano eventi palesemente assurdi e inverosimili, non suffragati da alcun riferimento preciso, in contesti culturalmente lontani dal nostro, tanto più aumenta la possibilità che qualcuno di noi ci creda.
Evvabbe', dico la verità: ho nominato gli UFO solo perché è da stamattina che mi frulla in testa questa bella canzone di Finardi e volevo un seppur esile pretesto per collegarla al mio intervento. Potevo anche metterla qui completamente a caso, ma non mi andava
La canzone del giorno: Eugenio Finardi - Extraterrestre
(da Blitz, 1978)
C'era un tipo che viveva in un abbaino
per avere il cielo sempre vicino voleva passare sulla vita come un aeroplano perché a lui non importava niente di quello che faceva la gente solo una cosa per lui era importante e si esercitava continuamente per sviluppare quel talento latente che è nascosto tra le pieghe della mente e la notte sdraiato sul letto, guardando le stelle dalla finestra nel tetto con un messaggio voleva prendere contatto, diceva: "Extraterrestre portami via
voglio una stella che sia tutta mia extraterrestre vienimi a cercare voglio un pianeta su cui ricominciare Una notte il suo messaggio fu ricevuto
ed in un istante é stato trasportato senza dolore su un pianeta sconosciuto il cielo un po' più viola del normale un po' più caldo il sole, ma nell'aria un buon sapore terra da esplorare, e dopo la terra il mare un pianeta intero con cui giocare e lentamente la consapevolezza mista ad una dolce sicurezza "l'universo é la mia fortezza!" "Extraterrestre portami via
voglio una stella che sia tutta mia extraterrestre vienimi a pigliare voglio un pianeta su cui ricominciare!" Ma dopo un po' di tempo la sua sicurezza
comincia a dare segni di incertezza si sente crescere dentro l'amarezza perché adesso che il suo scopo é stato realizzato si sente ancora vuoto si accorge che in lui niente é cambiato che le sue paure non se ne sono andate anzi che semmai sono aumentate dalla solitudine amplificate e adesso passa la vita a cercare ancora di comunicare con qualcuno che lo possa far tornare, dice: "Extraterrestre portami via voglio tornare indietro a casa mia extraterrestre vienimi a cercare voglio tornare per ricominciare! Extraterrestre portami via voglio tornare indietro a casa mia extraterrestre non mi abbandonare voglio tornare per ricominciare!" May 09 9 maggio 1978-2008. A trent'anni di distanza dagli assassinii di Aldo Moro e di Peppino Impastato Non avrebbero potuto essere più diversi tra loro. Da un lato Aldo Moro, parlamentare di lungo corso, presidente della Democrazia cristiana, il partito che aveva dominato nel bene e nel male la vita politica italiana fin dalle prime elezioni parlamentari della storia repubblicana. Dall'altro Giuseppe Impastato, detto Peppino, militante della sinistra extraparlamentare, membro di una famiglia malavitosa e al tempo stesso nemico della mafia come sistema di potere e di cultura prima ancora che come fenomeno criminale. Eppure, trent'anni fa, in questo giorno, scomparvero entrambi, vittime della violenza di un disegno politico avulso dalla realtà il primo, della brutalità di chi non ammetteva contestazioni al proprio potere il secondo. Quelle due morti che oggi ricordiamo furono, ciascuna per parte diversa, il segno più evidente dell'eclisse dello Stato repubblicano faticosamente costruito attraverso la lotta di liberazione e il ritorno a un sistema democratico, sia pure fortemente viziato da poteri forti e da interessi esterni. Attraverso Moro si voleva colpire il maggior fautore della politica di "solidarietà nazionale" verso i comunisti, nell'interesse del paese, come egli stesso aveva fatto con i socialisti quindici anni prima. Moro si rendeva conto che la crescente richiesta di cambiamento nelle istituzioni che veniva dal basso e si esprimeva nel voto al PCI non poteva essere ignorata. Questo lo rendeva un personaggio scomodo all'interno del suo stesso partito e delle forze di governo di allora; e molto è stato detto e scritto sull'atteggiamento a volte ambiguo di non pochi personaggi, da Giulio Andreotti a Benigno Zaccagnini, fino allo stesso papa Paolo VI, che col senno di poi, avrebbero forse potuto fare di più per salvarlo. Diverso, fortunatamente, il discorso per Impastato. Malgrado il tentativo di depistaggio, facendolo saltare in aria accanto ai binari della ferrovia, volto a presentarlo come un terrorista vittima di sé stesso - proprio lui, che rifiutava la violenza e combatteva la mafia con le armi dell'intelligenza e dell'ironia! - perpetrato da Gaetano Badalamenti e imposto da una giustizia non giusta, la verità è, con molta fatica, venuta a galla, riconoscendogli il ruolo che gli era stato colpevolmente negato.
In un'Italia come quella attuale, che sembra aver perso la memoria e il senso della misura, in cui la distanza tra la politica e i cittadini è diventata abissale, fa bene ricordare le vittime di quel giorno. Diversi, quasi antitetici, se non fosse per il coraggio di andare contro - sia pure ciascuno a titolo diverso, l'uno all'interno delle istituzioni, l'altro nella società civile - le contraddizioni e le aberrazioni di un'epoca.
L'idea di un ideale confronto tra Moro e Impastato è stata raccolta dal gruppo ArteVOX attraverso 9maggio78, un progetto per costruire la memoria, il cui obiettivo è "la diffusione della conoscenza dei fatti che hanno caratterizzato la nostra recente storia italiana in riferimento all'omicidio Moro e Impastato attraverso diversi canali comunicativi: lo spettacolo teatrale; la pubblicazione di un volume editoriale; la creazione di un sito internet di incontro, confronto e approfondimento." Il sito è raggiungibile all'indirizzo http://www.9maggio78.it
In questi giorni è in uscita in libreria 9 maggio '78. Il giorno che assassinarono Aldo Moro e Peppino Impastato, di Carmelo Pecora, ispettore capo della Polizia di Stato e direttore della Scientifica di Forlì. Originario di Enna, Pecora fu uno dei primi a vedere il corpo di Moro nella Renault 4 rossa parcheggiata in Via Caetani a Roma. Nello stesso tempo l'autore commemora la figura di Impastato, siciliano come lui, e come lui impegnato in una battaglia "senza se e senza ma" contro l'illegalità. Il tutto in una narrazione a metà tra autobiografia e romanzo storico. Per saperne di più: http://www.editricezona.it/9maggio78.htm
April 30 Gianfranco Fini strizza l'occhio al Vaticano (per farsi perdonare qualche peccatuccio)
Oggi, nel suo discorso d'insediamento in qualità di Presidente della Camera dei Deputati, l'on. Gianfranco Fini ha affermato, tra le altre cose, che la "minaccia alla libertà" "non viene dalle ideologie antidemocratiche del secolo scorso che sono ormai sepolte nella quasi totalità delle coscienze del nostro popolo con il Novecento che le ha generate. L'insidia maggiore viene dal diffuso e crescente relativismo culturale e morale, dalla errata convinzione che libertà significhi pienezza di diritti e assenza di doveri e finanche di regole", puntualizzando che "la libertà è minacciata nello stesso momento in cui, come sta avvenendo per alcune questioni, nel suo nome si teorizza la presunta impossibilità di definire ciò che è giusto e ciò che non lo è". Per Fini quindi "relativismo culturale" significherebbe aver solo diritti e niente doveri, nonché la mancanza di regole certe in campo etico. Orbene, sarebbe il caso di ricordare al neo eletto Presidente della Camera il reale significato della locuzione "relativismo culturale", che indica un atteggiamento di fondo della ricerca antropologica sviluppatosi a partire dagli anni successivi alla prima guerra mondiale e che trova i suoi principali punti di riferimento in studiosi come Franz Boas, Margaret Mead, Bronislaw Malinowski e Claude Lévi-Strauss.
L'antropologia come scienza, infatti, nasce nel XIX secolo, all'epoca della massima espansione degli imperi coloniali di paesi quali la Francia e la Gran Bretagna, e aveva come scopo iniziale quello di fornire ai dominatori un efficace strumento di comprensione delle popolazioni assoggettate, al fine di poterne garantire il controllo e lo sfruttamento in modo "razionale" e "scientifico". L'antropologia, pertanto, nella prima fase della sua storia, ha giustificato l'etnocentrismo, ossia il pregiudizio secondo cui esista un solo modello di trasformazione storica per tutte le società del mondo, avente come unico parametro - guarda caso - il grado di sviluppo tecnologico. In tal modo le società dell'Europa nord-occidentale e quella degli Stati Uniti, da esse direttamente discendente, erano considerate espressione della "civiltà" per eccellenza; tutte le altre, dalle antiche e raffinate nazioni dell'India e della Cina fino alle organizzazioni di cacciatori-raccoglitori delle savane africane, in gradi diversi, venivano sbrigativamente liquidate come "arretrate", "primitive", "rozze" o "semplici". A sostegno di ciò si tentava di dimostrare "scientificamente" attraverso misurazioni antroponometriche - l'altezza, la forma del cranio, i tratti somatici, il colore della pelle... - l'inferiorità biologica delle popolazioni sottomesse come premessa indispensabile della loro inevitabile inferiorità culturale e sociale.
È nel secolo successivo che l'antropologia diventa scienza autonoma, svincolata dalle esigenze delle grandi potenze coloniali, e si orienta allo studio delle culture reputandole fatti che hanno in sé la loro dignità e la loro importanza, sbarazzandosi della convinzione che esistano culture "superiori" e culture "inferiori" e che l'evoluzione di una società debba percorrere sempre e comunque le stesse tappe. Dall'etnocentrismo, quindi, si passa al relativismo culturale.
Con l'espressione relativismo culturale si indica pertanto il ritenere che comportamenti e valori, per essere compresi, devono essere considerati all'interno del contesto complessivo entro cui prendono vita e forma. Nel momento in cui l'antropologo si "cala" nella realtà che intende studiare, "deve, con serietà ed equilibrio, percorrere l'intera espressione dei fenomeni [...] senza distinzione fra ciò che è banale, incolore o comune e ciò che lo colpisce come straordinario e fuori del consueto": così ne riassumeva il senso Bronislaw Malinowski, uno dei padri fondatori dell'antropologia moderna. Per questo motivo l'antropologo deve considerare tutte le culture come "relative", cioè come dotate di significato innanzitutto - ma non esclusivamente - nell'ambito della società che le produce. Se così non fosse si tornerebbe al vecchio vizio originario dell'etnocentrismo, del considerare la propria visione del mondo come l'unica dotata di senso autentico, svalutando automaticamente tutte le altre.
Vero è che gli stessi antropologi, primo fra tutti Claude Lévi-Strauss nel saggio Tristi tropici del 1955, hanno evidenziato anche i rischi di un simile atteggiamento, cioè che il tentativo di comprendere le culture diverse dalla nostra spinga l'antropologo a dimenticare di essere uno studioso e a giustificare, più o meno inconsapevolmente, pratiche ormai considerate universalmente - almeno sulla carta - condannabili, quali l'infanticidio, l'incesto rituale o i maltrattamenti riservati alle donne. Ciò però non deve far dimenticare che comprendere non significa giustificare; che gli antropologi, per quanto debbano perseguire l'obiettività, non possono presentare gli aspetti più negativi di una società come se fossero frutto di un Fato ineluttabile, come se le cose non possano essere in alcun modo diverse da come sono.
Stando così le cose, sembrerebbe che Fini abbia preso una gran cantonata: non è vero che "relativismo culturale" significhi, come lascia intendere Fini, arbitrio caratterizzato dall'assenza o dalla carenza di regole certe; tant'è che il prof. Giovanni Bachelet, eletto per la prima volta alla Camera nelle file del Partito Democratico, ha causticamente definito questo passaggio del discorso "una papera culturale" (cfr. il sito di Repubblica).
In realtà Fini ha parlato con cognizione di causa. Il significato distorto che egli attribuisce a quest'espressione è lo stesso che si concretizza in altre espressioni quali "valori non negoziabili" e "verità rivelata": l'idea, cioè, che esistano visioni del mondo giustificate da un principio trascendente, tale che ogni tentativo di metterle in discussione risulterebbe contrario all'essenza stessa delle cose. Si tratta del principio, per farla breve, che guida le alte sfere della Chiesa cattolica.
La conferma dei miei sospetti viene dal "deferente omaggio" a Benedetto XVI rivolto da Fini già nelle battute iniziali del suo discorso di insediamento nell'Aula di Montecitorio: "un deferente omaggio al Pontefice Benedetto XVI, guida spirituale della larghissima maggioranza del popolo italiano ed indiscussa autorità morale per il mondo intero". Ora, che la maggioranza degli italiani segua il magistero della Chiesa cattolica è affermazione che mi pare abbastanza discutibile: se così fosse non divorzierebbe più nessuno, tranne coloro che si rivolgono alla Sacra Rota, l'aborto sarebbe stato nuovamente dichiarato illegale e i contraccettivi sarebbero ritirati dai negozi perché tanto non li comprerebbe più nessuno. Mi permetto, vista l'occasione, di ricordare che nel giugno 2007 Fini si è separato dalla moglie dopo 19 anni di matrimonio e nel novembre dello stesso anno ha dichiarato di intrattenere una relazione con l'avvocato Elisabetta Tulliani, da cui ha avuto una figlia un mese dopo, il 2 dicembre. Evviva la famiglia tradizionale e l'indissolubilità del sacro vincolo del matrimonio!
Ma non basta. Fini rincara la dose dichiarando che "la laicità delle istituzioni è principio irrinunciabile della nostra come di ogni moderna democrazia. Ed è proprio in nome di tale principio che il Parlamento deve saper riconoscere il ruolo fondamentale che, nell'arco dei secoli, la religione cristiana ha avuto, e ha tuttora, nella formazione e nella difesa della identità culturale della Nazione italiana". Così Fini, in nome della laicità dello Stato, fa entrare dall'ingresso principale la religione cattolica - poiché ho forti dubbi che parlando di "cristianesimo" abbia voluto riferirsi ai valdesi o agli evangelici. Insomma, passano gli anni, cambiano i governi, ma l'abitudine di baciare la pantofola papale non abbandona i rappresentanti delle principali istituzioni nazionali della Repubblica italiana. Soprattutto quando con tale atto riescono a far passare in ombra qualche peccatuccio di troppo. April 13 Recensione: Elio e le storie tese - Studentessi
A cinque anni di distanza da Cicciput, gli EELST ritornano con un nuovo album: e a scanso di equivoci, chiarisco subito che si tratta di un ritorno alla grande, anzi "alla stragrande". Non mi capitava da tempo di farmi delle grasse risate come quelle suscitate dall'ascolto di questa ultima fatica del "simpatico complessino".
Due sono gli aspetti principali che emergono già da un primo accostamento a Studentessi. Innanzitutto, la tendenza all'eclettismo tipica degli Elii è ancor più accentuata che nei precedenti lavori: dalla spettacolare intro rock progressivo - accompagnata da una prodigiosa performance vocale di Antonella Ruggiero - di Plafone alla giustapposizione di cabaret, musica leggera anni '40 e death metal di Suicidio a sorpresa, dalla "sintesi sonora dell'incontro fra Jobim e John Bonham" di Heavy Samba alla disco di Supermassiccio, passando per la bluegrass di Indiani (A caval donando) e le acrobazie ritmiche di Parco Sempione. Ciononostante, non si avverte la sensazione di frammentarietà presente in Cicciput o, ancora di più, in Craccracriccrecr; anzi il disco si snoda in maniera abbastanza fluida, inframmezzato dal motivo ricorrente di Effetto memoria, diviso in quattro parti, in cui i membri del complesso si scambiano gli strumenti: Faso alla batteria, Cesareo alle tastiere, Christian alla chitarra... Inoltre, tanto di cappello a Claudio Baglioni, che con il suo solito pathos, e con non poca autoironia, narra nella terza parte un improbabile incontro con Alberto Sordi nella notte a Palinuro... roba da restare piegati in due dalle risate.
L'altro aspetto riguarda i testi e si potrebbe riassumere nella formula: "meno goliardia, più surrealismo". Per essere un disco degli EELST, il numero delle parolacce vi è considerevolmente ridotto, mentre fioriscono a dismisura gli accostamenti d'immagini dal sapore onirico, i calembour, nonché - altra caratteristica storica della poetica "elica" - le più banali situazioni della vita quotidiana assurte a fatti d'importanza quasi epica: i fori della doccia otturati dal calcare e le pretese condominiali in Plafone, l'asportazione delle tonsille in Gargaroz, il "dilemma estivo" mare-monti fra Elio e Giorgia di Ignudi fra i nudisti, e così via.
Però, in ultima analisi, quali sono i punti di forza di Studentessi? A mio avviso, per prima cosa, la già ricordata Plafone; il colpo di genio di Ignudi fra i nudisti, la cui melodia, perfino negli arrangiamenti delle parti per coro e nei rallentati, non è altro che Suspicious minds di Elvis Presley eseguita al contrario - guardate questo video, fate il confronto, e poi raccattate la mascella caduta per terra nel frattempo... -; Heavy Samba, con il suo misto di bossa nova e di Led Zeppelin "condito" dalla voce di Irene Grandi; la suite in cinque movimenti Suicidio a sorpresa; la vendetta contro i rompiscatole a suon di bonghi e contro la giunta della regione Lombardia, colpevole di aver spianato il cosiddetto "bosco di Gioia" (per i dettagli leggete qui) di Parco Sempione.
Non che il resto del disco sia da buttare, anzi. Irriverenti riferimenti alla canzone italiana degli anni '50 e '60 (Tristezza, La lega dell'amore) si accompagnano all'allegro nonsense western di Indiani (A caval donando) - dove compare pure una frecciata alla berlusconiana "cultura del sospetto" - e alla fantascienza surreale di Supermassiccio. La risposta dell'architetto è un delirante rap affidato alla voce - o sarebbe meglio dire alle urla - di Mangoni, volto a satireggiare Mondo Marcio e in generale tutti quei personaggi che fanno un dogma dell'essere alternativi a tutti i costi, più di facciata che di sostanza comunque; però non convince fino in fondo, come invece aveva fatto dieci anni prima La visione. Il congresso delle parti molli è, credo, l'anello più debole della catena: un brano abbastanza scontato, che non riesce a "prendere" più di tanto malgrado l'arrangiamento, come nel resto del disco, sia di prim'ordine. Poco convincenti sono anche i richiami a Cicciput, quali il tormentone della Toscana di Maurizio Crozza e lo studente calabrese, interpretato anche stavolta da Guido Meda.
Chiude l'album Single, quasi una cover di Mamma: un commovente omaggio a Paolo "Feiez" Panigada - qui cantante con lo pseudonimo di Luigi Piloni -, sigla dell'omonimo programma radiofonico condotto nel 1997 da Luciana Littizzetto e Bruno Gambarotta.
Un'ultima considerazione personale: melodie ricavate da altre canzoni suonate al contrario, miscugli di sonorità apparentemente estranee, musicisti che si scambiano gli strumenti... tutto questo mi ricorda pericolosamente Lodger di David Bowie; non solo, ma in Supermassiccio l'influsso del "soul plastificato" di Young Americans è più che evidente, soprattutto nel finale che richiama in modo abbastanza chiaro Fame. Ciò mi induce a ritenere Studentessi l'album più "bowiano" della produzione degli EELST fino ad ora... oltre che un gran bel disco di per sé.
Bentornati Elii.
Una curiosità: il Sergio Conforti citato all'inizio del disco non è Rocco Tanica, ma un personaggio del film Il commissario di ferro di Stelvio Massi (1978). Qui potete vedere la scena in questione.
Altra curiosità: se seguite il consiglio di Elio in Gargaroz e cercate su Google "tonsille tolte", trovate questo sito... provate a inserire dei dati (assolutamente a cavolo) e vedete cosa ne viene fuori
E ora, mi sembra opportuno lasciarvi un "assaggio"
La canzone del giorno: Elio e le storie tese - Parco Sempione (da Studentessi, 2008) Parco Sempione, verde e marrone dentro la mia città. Metto su il vibro, leggo un bel libro, cerco un po' di relax. All'improvviso, senza preavviso, si sente un pim, pam, pum: Un fricchettone forse drogato suona e non smette più. Bonghi: questo fatto mi turba perché suona di merda, Non ha il senso del ritmo e non leggo più il libro. Quasi quasi mi alzo, vado a chiedergli perché Ha deciso che, cazzo, Proprio oggi niente lo fermerà. Piantala con 'sti bonghi, non siamo mica in Africa. Porti i capelli lunghi ma devi fare pratica. Sei sempre fuori tempo, così mi uccidi l'Africa Che avrà pure tanti problemi Ma di sicuro non quello del ritmo. Dai barbun cerca de sunà mei Che sun dree a fa balaa i pee Anca si go vutant'ann Vu gio' in balera cun la mia miee Oeh che du bal Te me scepet l'uregia Ti, i to sciavatt e i bonghi "Caro signore, sa che le dico? Questa è la libertà. Sono drogato, suono sbagliato anche se a lei non va. Non vado a tempo, lo so da tempo, non è una novità. Io me ne fotto; cucco di brutto grazie al mio pim, pum, pam" Bonghi: questa cosa mi turba e mi sento di merda. Quasi quasi mi siedo ed ascolto un po' meglio. Forse forse mi sbaglio, forse ho preso un abbaglio. Forse? Forse un bel cazzo. Fai cagare, questa è la verità. Ora ti sfondo i bonghi per vendicare l'Africa, Quella che cucinava l'esploratore in pentola Ti vesti come un rasta ma questo, no, non basta: Sarai pure senza problemi, ma di sicuro ci hai quello del ritmo. Te tiri 'na pesciada in del cuu Va a ciapaa i ratt Te podet vend domaa el to ciculatt "Ecco spiegato cosa succede in tutte le città: Io suono i bonghi, tu me li sfondi. Di questo passo, dove si finirà?" Ecco perché qualcuno pensa che sia più pratico Radere al suolo un bosco considerato inutile. Roba di questo tipo non si è mai vista in Africa, Che avrà pure tanti problemi ma di sicuro non quello dei boschi. Vorrei suonare i bonghi come se fossi in Africa, Sotto la quercia nana in zona Porta Genova. Sedicimila firme, niente cibo per Rocco Tanica Ma poi il bosco l'hanno rasato mentre la gente era via per il ponte Se ne sono battuti il cazzo, ora tirano su un palazzo. Han distrutto il bosco di Gioia questi grandissimi figli di Troia. |
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