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    July 27

    Und jetzt... nach Berlin!

    Und jetzt... nach Berlin!

    Der Geisterreisende

    È finalmente giunto il momento tanto atteso, quello che avevo preannunciato tempo fa: parto di nuovo, e stavolta vado a Berlino. Non vedo l'ora di immergermi nella capitale tedesca, che per me ha un fascino immenso, dovuto alle vicende che da secoli vedono questa città, nel bene e nel male, tra i principali luoghi della Storia, nonché ai suoi tesori d'arte e d'architettura. Inoltre sarà una buona occasione per "risciacquare i panni nella Sprea": il mio tedesco ha bisogno di essere rimesso alla prova! Animoticon
     
    Starò via dal 30 luglio al 9 agosto. Conto però di compiere pure qualche escursione nelle città vicine della ex RDT: Dresda e Lipsia innanzitutto, forse anche Rostock, Erfurt o Weimar. Si vedrà.
     
    Ovviamente aspettatevi al mio ritorno un diario di viaggio a puntate, ma non prima di aver sistemato le foto, che anche stavolta spero siano copiose e ben riuscite! A bocca aperta
     
    Se volete, lasciatemi un saluto come commento a questo intervento; io, per salutarvi, dato che a lungo non aggiornerò questo spazietto, vi lascio la canzone del giorno e il relativo video:

     

    La canzone del giorno: Milva - Alexander Platz
    (F. Battiato - da Milva e dintorni, 1982)

    E di colpo venne il mese di febbraio
    faceva freddo in quella casa
    mi ripetevi:
    sai che d'Inverno si vive bene
    come di Primavera!
    Sì sì proprio così.
    La bidella ritornava dalla scuola un po' più presto per aiutarmi
    "ti vedo stanca hai le borse sotto gli occhi
    come ti trovi a Berlino Est?"
    Alexander Platz auf wiedersehen
    c'era la neve
    faccio quattro passi a piedi
    fino alla frontiera:
    "vengo con te".
    E la sera rincasavo sempre tardi
    solo i miei passi lungo i viali
    e mi piaceva
    spolverare fare i letti
    poi restarmene in disparte come vera principessa
    prigioniera del suo film
    che aspetta all'angolo come Marlene.
    Hai le borse sotto gli occhi
    come ti trovi a Berlino Est?
    Alexander Platz auf wiedersehen
    c'era la neve
    ci vediamo questa sera fuori dal teatro
    "Ti piace Schubert?"

    July 23

    Una situazione precaria

    Una situazione precaria
     
    In una discussione via MSN con Fulvia di qualche giorno fa abbiamo toccato i temi della disoccupazione e del precariato. Ho la fortuna di avere un impiego stabile, ma per più di un motivo l'argomento non mi è estraneo. In primo luogo per il fatto che lavoro nella scuola, dove il precariato attualmente riguarda il 27,1% del totale dei docenti delle scuole pubbliche. In secondo luogo per il mio trascorso di dottore di ricerca, che mi ha fatto conoscere i problemi in cui si dibattono dottorandi e specializzandi dell'università italiana, tra borse di studio da fame (quando arrivano), carichi di lavoro straordinario (in tutti i sensi) e prospettive quanto mai vaghe.
     
    Inoltre, sembra che - si spera - si stia facendo strada nell'opinione pubblica l'idea che la flessibilità, l'ottimizzazione dei tempi di lavoro, il lavoro a progetto e così via non sono il rimedio per rilanciare l'economia e creare nuova occupazione. Al contrario, si tratta di occupazione monca, senza diritti, senza tutele, come 150 anni fa. Si tratta invece di sfruttamento bello e buono, dell'abbassamento della qualità della vita di milioni di persone che a 40 anni e passa non trovano ancora un modo serio non solo di realizzarsi nel lavoro, ma nemmeno di sbarcare semplicemente il lunario.
     
    Ormai ammettere che i contratti "atipici" e la flessibilità siano la porta d'ingresso per tanti giovani (e meno giovani) nel mondo del lavoro significa o essere ingenui, o essere in malafede, o non aver capito nulla della questione. La vera flessibilità è quella del lavoratore che cambia lavoro perché sa che ne può ottenere uno migliore, non quella dell'azienda che licenzia perché deve massimizzare i profitti. Chi ci guadagna sono i poteri forti, nazionali e internazionali: banche (ora per venire incontro alla situazione propongono anche i mutui a 40 anni! ma vi rendete conto? 40 anni!!!), agenzie di credito (guardate quanta pubblicità si fanno...), grandi industrie, grosse aziende di servizi. Non a caso è da qui che viene continuamente proposta l'idea che il nostro mercato del lavoro è troppo rigido, che occorrono regole meno severe per chi vuole assumere... "Mercato del lavoro troppo rigido", nel vocabolario di queste brave persone, che tanto lustro danno al nostro PIL, altro non vuol dire che troppe limitazioni nei licenziamenti - chi scrive ha partecipato alla manifestazione di Roma del 22 marzo 2002 contro l'abolizione dell'art. 18 dello Statuto dei lavoratori e ben si ricorda quanta indignazione ci fosse nell'aria verso questa iniqua proposta -; "regole meno severe" significa fare a meno dei permessi per malattia, dei contributi previdenziali, della "giusta causa" e di tante altre conquiste di civiltà che i lavoratori delle passate generazioni hanno pagato a caro prezzo: con il carcere, con le schedature, con le bastonate, con le pallottole delle forze del cosiddetto ordine - come i due morti di Messina del 7 marzo 1947, solo per citare uno dei tanti episodi di repressione, il più vicino a me geograficamente.

    San Precario, l'ironico simbolo della lotta per il lavoro "vero"

    Il problema del precariato interessa tutte i paesi a economia avanzata, perché ha le sue radici nelle politiche di "capitalismo globale" imposte dal Fondo Monetario Internazionale, come ha osservato acutamente Joseph Stiglitz. In Italia, però, la situazione è ancora più grave, sia per gli scempi compiuti dal governo Berlusconi, sia per la mancanza di decisionalità nel correggerli dell'attuale esecutivo. Titti De Simone (capogruppo di Sinistra Democratica alla Camera) lo ha sintetizzato efficacemente in un articolo (Non solo scalone, aboliamo la precarietà) comparso sul Manifesto del 20 luglio scorso:
     
    "Se si fanno parlare i fatti e dunque la realtà, il presente delle ragazze e dei ragazzi è intrappolato in contratti precari, la cui aleatorietà è utilizzata per contenere i costi, ma soprattutto per ledere la libertà della prestazione di lavoro.
    La realtà è caratterizzata dall'uso improprio dei contratti di collaborazione, dal lavoro nero, dall'applicazione della legge 30 per la scomposizione delle imprese e la frantumazione dei processi produttivi, dai contratti a termine.
    Nel 2006 la maggioranza delle assunzioni è avvenuta con contratti a tempo determinato. Per utilizzarli le leggi attuali non richiedono più particolari motivazioni ed è possibile reiterarli all'infinito, con brevissime pause. Noi pensiamo che in un paese civile questo sia un problema, oltre che un abuso di potere: lo si può fare perché si è offuscato totalmente il senso che è il valore del lavoro a dare il tono, la misura, la cifra della civiltà di un paese.
    In un paese in cui è possibile fare a una stessa persona fino a 200 contratti di un giorno nel corso di un anno, o in cui a una ragazza laureata mentre si accende un rapporto di lavoro (rigorosamente a termine) si fanno firmare finte dimissioni in bianco, si è perso il senso dei legami profondi che possono tenere insieme una comunità, se la si vuole fondata su giustizia sociale, dignità del lavoro, sviluppo sostenibile,economia dell'innovazione e della conoscenza."
     
    Ma al di là di questo, cosa vuol dire essere precari?
     
    Vuol dire vivere alla giornata, non poter fare progetti; continuare ad appoggiarsi ai genitori; non potersi sposare, non poter avere figli, non poter aspirare a possedere un'abitazione; non potersi permettere cure mediche adeguate; non andare mai a cena fuori, figurarsi in vacanza o in viaggio; avere in molti casi un tenore di vita inferiore a quello della generazione precedente. Ma vuole anche dire dividere le persone con l'arma perversa della guerra tra poveri e incoraggiare il malcostume del voto di scambio.
     
    In questa situazione, gli appelli di certi esponenti politici all'incentivazione dei consumi (ricordate il ridicolo spot del passato governo "L'economia gira con te"?) o alla ripresa demografica e a una "politica per le famiglie" suonano semplicemente grotteschi, considerando peraltro che vengono da chi problemi del genere non ne ha: leggetevi La casta di Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella per avere un'idea di come in questo paese la politica sia diventata, per prima cosa, esercizio del potere e occasione di gozzoviglia a spese dei contribuenti.
     
    Disoccupazione, precariato, lavoro nero sono diventati la prima emergenza sociale in Italia; e, se ancora non ci credete, scaricatevi Schiavi moderni dal sito di Beppe Grillo e guardate quanto siano impressionanti le testimonianze di "vite precarie" che raccoglie. La situazione è diventata, è proprio il caso di dirlo, precaria. Il sistema ha mostrato il suo fallimento, come ogni sistema che privilegi una minoranza a danno di una maggioranza. Storicamente, questo genere di contraddizione non è mai durata all'infinito. Come e se si risolverà però non posso dirlo. Mi auguro solo che non succeda in maniera violenta. Già abbiamo avuto abbastanza morti nelle strade.
    July 18

    Proseguimento. Quanto ti dò e quanto mi dai

    Proseguimento. Quanto ti dò e quanto mi dai
     
    Sapevo di aver toccato tanti punti in poche righe nell'intervento di ieri, e mi aspettavo che ciò avrebbe stimolato la discussione, ma ho notato con piacere che ne è sorto un dibattito davvero interessante per l'ampiezza e la qualità dei commenti. Inizialmente volevo continuare sulla scia degli interventi di diana e di ludovika nello spazio dei commenti, ma poi ho preferito scrivere un nuovo intervento, per ampliare il discorso e magari alimentare ulteriormente il confronto.
     
    Ludovika, il fatto che ti sembrino "tutti accoppiati" è un'impressione che ho spesso avuto anch'io, ma ti posso dire che non è del tutto veritiera. Non è qui infatti la quantità che conta, ma la qualità, nel senso che un rapporto a due può essere superficiale come un ghiacciolo consumato in fretta - e di cui poi si butta via il bastoncino -, o coinvolgente come un pranzo organizzato assieme in tutti i suoi aspetti, dalla scelta dei piatti, alla loro preparazione, alla sistemazione della tavola. Ma questo non lo possiamo sapere solo vedendo dall'esterno due persone che stanno assieme.
     
    Il problema, secondo me, è che in una società come la nostra, la quale - come diceva Marx già 150 anni fa - ha reificato, cioè trasformato in oggetto (res) che può essere comprato e venduto, tutto quanto, pure i rapporti umani (basti pensare all'uso fuori luogo di parole come "amico" o "amore"), troppo spesso si cerca l'altro come un mezzo e non come un fine: per esempio, un mezzo per soddisfare la propria vanità o per sanare (illusoriamente) frustrazioni che nascono in noi stessi e che nessuno, all'infuori di noi stessi, può risolvere.

    Dublino, giugno 2006

    Il persistere di un certo tipo di comportamenti dovuti alla sottocultura dell'uomo che deve essere prima di tutto maschio e se non ha una femmina - uso volontariamente questo termine - accanto è un fallito, o poco ci manca, o della donna la cui femminilità viene trasformata in specchietto per le allodole nei programmi televisivi o nella pubblicità, o peggio ancora, come mezzo per soddisfare il proprio arrivismo (vedi "Vallettopoli" e cose del genere), certamente non aiuta. Sono fatti complementari, in quanto esiste l'uno perché esiste anche l'altro, e, vuoi o non vuoi, influenzano in negativo soprattutto quegli uomini che si fanno guidare più dai propri ormoni - che pure hanno la loro importanza! - che dalla loro intelligenza e dal loro buon senso (se ne hanno).
     
    Per cui nascono - come li descrive diana - rapporti "marci già sul nascere", in quanto viziati da questo spirito perverso di "compravendita": io ti cerco non perché m'interessa quello che pensi, che dici e che fai - cioè in quanto persona, con i tuoi pregi e i tuoi difetti, con gli aspetti che ci uniscono e quelli che ci dividono -, ma perché voglio possederti (non solo in senso sessuale) per fini miei personali. Ecco quindi "pretese, astii, incomprensioni" dovuti a questa logica del "quanto ti dò e quanto mi dai".
     
    È questo ciò che desidero? NO.
     
    Ciò che desidero è donare e donarmi, senza chiedere niente in cambio; se poi riceverò un altro dono in cambio, questo non starà a me. E se questo scambio disinteressato dovesse, col tempo, portare a un rapporto a due, sarà perché io e l'altra persona lo vogliamo entrambi: per stare insieme bisogna essere in due... sembra scontato, lapalissiano, ma è così.

    Dublino, giugno 2006

    Però giustamente ludovika solleva l'annosa questione del paradosso secondo cui, in un mondo dove le distanze si annullano tramite cellulari e internet, le persone si sentono ancora più sole. Sono d'accordo con te nel ritenere che il progresso tecnologico è andato troppo in fretta negli ultimi 20 anni per la nostra capacità di comprenderlo in tutti i suoi aspetti, e che ancora non sono del tutto chiari, nemmeno per i sociologi, i cambiamenti che queste nuove forme di mediazione sociale hanno portato e stanno portando nei rapporti interpersonali nelle società a più alto livello di sviluppo tecnologico - giacché non dobbiamo dimenticare che circa metà degli abitanti della Terra non ha neanche il telefono o l'acqua potabile corrente.
     
    Ebbene, il pretendere "tutto e subito", "pronto e confezionato" proprio perché ci si può rintracciare in qualsiasi momento, annullando tempi e distanze, purtroppo non fa che alimentare, credo, quella reificazione di cui parlavo prima. Viene meno il gusto dell'attesa, dello scoprirsi a poco a poco, del "fiutarsi come i cani quando s'incontrano" - come diceva un'amica psicologa.
     
    Invece della pioggerellina, si invoca il temporale. Ma i temporali raramente durano a lungo. Allo stesso modo, ciò che nasce in fretta è destinato a morire in fretta, e a non lasciare traccia.
     
    Con ciò non voglio ovviamente demonizzare le nuove tecnologie, visto che anch'io me ne servo. Voglio però far presente che il rischio che esse - se usate in un certo modo - sortiscano l'effetto contrario, cioè ci dividano invece di aggregarci, o contribuiscano alla mercificazione dei rapporti umani, è reale, anzi si è già, in qualche modo, verificato.
     
    Tutto ciò però mi sembra la dimostrazione che c'è tanto bisogno di Amore, come ha scritto diana; della volontà di creare rapporti solidi, basati su pensieri e sentimenti veri, non fasulli, plastificati. Solo che - a quanto pare - troppi si accontentano di questi ultimi.
     
    Perciò mi pare che la scelta della canzone del giorno non sia poi tanto difficile.

    La canzone del giorno: Carmen Consoli - Amore di plastica
    (Consoli, Venuti - da Dueparole, 1996)
     
    Non sei per nulla obbligato a comprendermi
    quasi non sento il bisogno d'insistere
    Tu che mi offrivi un amore di plastica
    ti sei mai chiesto se onesto era illudermi
    Ricorda
    tu sei quello che non c'è quando io piango
    tu sei quello che non sa quando è il mio compleanno
    quando vago nel buio
     
    Ma come posso dare l'anima
    e riuscire a credere
    che tutto sia più o meno facile
    quando è impossibile
    volevo essere più forte di ogni tua perplessità
    ma io non posso accontentarmi
    se tutto quello che sai darmi
    è un amore di plastica
     
    Tu sei quel fuoco che stenta ad accendersi
    non hai più scuse eppure sai confondermi
    Ricorda
    tu sei quello che non c'è quando io piango
    tu sei quello che non sa quando è il mio compleanno
    quando vago nel buio
     
    Ma come posso dare l'anima
    e riuscire a credere
    che tutto sia più o meno facile
    quando è impossibile
    volevo essere più forte di ogni tua perplessità
    ma io non posso accontentarmi
    se tutto quello che sai darmi
    è un amore di plastica
    volevo essere più forte di ogni tua perplessità
    ma io non posso accontentarmi
    se tutto quello che sai darmi
    è un amore di plastica
    ma io non posso accontentarmi
    se tutto quello che sai darmi
    è un amore di plastica.
    July 17

    Come la pasta scotta

    Come la pasta scotta 
     
    Ultimamente mi è capitato di discutere della mia condizione di single.
     
    È successo domenica sera, durante una passeggiata assieme a una collega e a suo marito - persone con cui si è consolidato un buon rapporto di amicizia - e ieri sera, in conversazione su MSN con un' "amica di rete".
     
    In entrambi i casi ho detto che oggi è diventato difficile per le persone incontrarsi veramente, cioè non superficialmente, ma con la volontà di conoscersi, confrontarsi, dialogare invece di "chiacchierare" e basta. E quanto più si è sensibili e si rispettano sia i propri sentimenti che quelli altrui, tanto più si restringe la possibilità che si verifichi un incontro il quale, senza fuochi d'artificio o luci megagalattiche, sia comunque speciale, cioè lasci un segno - anche indipendentemente dal fatto che quell'incontro, col passare del tempo, possa portare a un avvicinamento pieno, a un rapporto a due.
     
    Forse, in questo, sono pessimista. Però non escludo a priori che ciò possa succedere, così come non lascio che la mia condizione pesi negativamente su quanto di buono e di bello - ed è davvero tanto! - c'è già nella mia vita. Magari quell'incontro speciale è già avvenuto, ma ancora non mi rendo conto della sua portata...

    Trieste, marzo 2004

    In ogni caso, ho imparato che i sentimenti sono l'imponderabile, l'impossibile da determinare e da prevedere. Qui non c'entrano le abilità o le conoscenze apprese o in corso di apprendimento; c'entrano invece la sintonia, il camminare assieme, l'essere due mondi che si toccano pur restando distinti.
     
    Un'altra amica - con cui ho più spesso parlato di questi argomenti - ha espresso questo concetto con grande semplicità: mi ha detto che Dio ha voluto separare il cervello e il cuore, altrimenti avrebbe creato un solo organo, invece di due distinti. Per quanto le mie vedute in fatto di fede siano diverse dalle sue, ho trovato quest'immagine molto bella e aderente a quanto ho scritto prima.
     
    L'affetto, l'amicizia, l'amore non sono qualcosa che ci è dovuto e che possiamo conseguire con lo sforzo e con l'applicazione di noi stessi. Sono condizioni che, anzi, spesso si verificano senza che noi stessi ce ne rendiamo conto: come quella pioggerellina cui non facciamo tanto caso, ma che a poco a poco ci inzuppa dalla testa ai piedi.

    Pirano d'Istria (Slovenia), marzo 2004

    Inoltre, se è vero, come diceva Kant, che occorre considerare l'altro sempre come un fine, mai come un mezzo, ne consegue che l'altro non è un mezzo per raggiungere noi stessi o per colmare una (vera o presunta) mancanza nella nostra vita - e qui per "altro" non intendo solo un compagno/una compagna di vita, ma anche, per esempio, un figlio: quanti desiderano un figlio solo per "sentirsi realizzati", o per consolidare un rapporto tentennante, e non per esso stesso? Allo stesso modo: quanti si mettono insieme solo perché non sono capaci di stare soli con sé stessi, o tanto per far vedere che possono "permettersi" un compagno come possono permettersi un oggetto qualsiasi?
     
    Stando così le cose, credo che sia meglio essere single consapevoli, piuttosto che prigionieri di un rapporto vuoto e insoddisfacente; rapporto che a lungo andare, come mi disse anni fa un amico con un'espressione efficacissima, diventa "come la pasta scotta"!
    July 16

    Roy, gli Aretuska e Santo Estebán de Kingston

    Roy, gli Aretuska e Santo Estebán de Kingston
     
    Due ore e mezza di sano e fraterno divertimento globale... se dovessi condensare in pochissime parole la serata di sabato 14 a Santo Stefano di Camastra in compagnia di Roy Paci & Aretuska, direi questo.

    Un momento del concerto

    Malgrado la piazza Duca di Camastra non fosse larghissima - il che ha permesso sì un po' di pogo, ma niente in confronto a quello selvaggio di piazza Duomo a Messina al concerto contro il ponte di due anni fa - e ci fossimo ritrovati tutti piuttosto stipati, tutto è filato senza intoppi, se si eccettua la comparsata di Eugenio V., che è riuscito a salire sul palco proprio mentre Roy, prima di eseguire Mezzogiorno di fuoco, parlava del Salento. Esilarante il siparietto di Roy che domandava a Eugenio se fosse salentino... prima che uno dello staff se lo portasse amichevolmente via
     
    Ovviamente il piatto forte della setlist sono stati i pezzi dell'ultimissimo album, Suonoglobal. E veramente con Roy Paci, gli Aretuska e l'MC Cico, nuovo compagno di avventure del Nostro proveniente dal cuore della Grande Madre Africa, possiamo parlare di musica globale nel senso migliore del termine: musica che fa viaggiare, in tutti i sensi. Parte Toda joia toda beleza e la piazza si trasforma in una strada di Rio in pieno carnevale; attacca Searchin' for the sunshine e di colpo ci ritroviamo in Giamaica, in qualche sobborgo di Kingston; con Italiano a Barcelona torniamo in Europa, per le vie della metropoli catalana... anche se la Sicilia e il Sud Italia tornano sempre, come in Malarazza (cantata con tanto di bastone in pugno) o Siente a mme. Tutto il mondo insomma, con i suoi problemi, le sue storture, ma anche con una gran voglia di agire, di non subire passivamente quanto di brutto, di cattivo, di marcio c'è in esso, ma di adoperarsi per renderlo migliore.
     
    Il tutto dimenandoci o saltellando continuamente - come facessero certuni a stare fermi, non ne ho idea! -, con un simpatico bottiglione di vino che girava per la piazza, cortesemente rifiutato da Roy, ma al quale io stesso ho attinto!, e un'atmosfera da grande festa popolare, piena di allegria e good vibrations. Proprio come piace a me!

    Il "saltino" di Roy

    Infine, dopo il concerto, spazio per foto, baci, abbracci, battute varie e l'autografo sul libretto del disco. Anche in questo si vede la grandezza dell'uomo Roy Paci, che ha mantenuto la semplicità nonostante il successo. Del resto, da un artista affermato che fa vendere il suo ultimo album al prezzo politico di 12,90 euro - meno di certe ristampe di dischi vecchi di decenni -, c'è da aspettarselo.

    Due soggettoni

    Critiche? Una sola, piccola peraltro... non hanno eseguito BabbaluciGastarbeiter, tra i miei brani preferiti di sempre. Ma tant'è. Alla prossima!

    July 14

    Con le luci accese

    Con le luci accese
     
    E così, ieri Stefania e Antonio si sono sposati.
     
    Tra i nostri canti, la chiesa dei santi Pietro e Paolo piena di gente, comprese due mie alunne - una, a momenti, non la riconoscevo! come crescono in fretta... -, il cuore con le iniziali composto col riso all'uscita, il pomeriggio è passato rapidamente, malgrado più di un'ora e mezza di cerimonia. Vi confesso che all'ingresso della sposa, della nostra Stefi, sulle note della Marcia nuziale di Mendelssohn, ero veramente emozionato; non dico come se mi stessi sposando io, ma quasi!
     
    Sono contento per entrambi, malgrado il fatto che andranno a vivere all'altro capo d'Italia, a Gallarate (Varese). Il nostro coro perderà un "pezzo storico"; è chiaro che non perderemo i contatti, ci saranno telefonate, e-mail, visite, ma non sarà più lo stesso. Però, come ha detto il padre di Graziana con efficace semplicità, anche questo "fa parte della vita": le separazioni, i distacchi, gli arrivederci, gli addii. Per quanto spesso essi possano essere difficili, addirittura dolorosi, sta di fatto che le persone che ci lasciano un ricordo significativo nel bene accendono delle "luci" dentro di noi. Luci che nemmeno il tempo può spegnere, se sono abbastanza forti; se i ricordi, i pensieri e i sentimenti che le alimentano non svaniscono.
     
    Quante volte mi capitava di arrivare alle prove del coro col morale sotto le scarpe, o proprio di cattivo umore, e Stefania mi sorrideva e mi invitava, senza parole, a tirarmi su? Ecco, se devo ricordare qualcosa di lei come compagna di coro, sono proprio questi momenti: mai arrabbiata, mai giù, sempre sorridente.
     
    Questa è la luce che ha acceso Stefania per me; cercherò di lasciarla sempre accesa.
    July 12

    Ultimi aggiornamenti

    Nell'attesa di mettere mano al PC per impostare il mio nuovissimo sito personale da affiancare a questo space - progetto sempre rinviato; avrei voluto dedicarmi ad esso dopo la scuola, se non che mi è arrivata la nomina a commissario esterno -, ho deciso di rendere questo mio angolo di Rete ancora più personale.
     
    Il mio fantasmino viaggiatore come sfondo è la novità più evidente, oltre all'elenco dei libri da me letti di recente, o in corso di lettura - che ovviamente vi consiglio! Ho anche in preparazione anche una galleria di mie foto personali degli ultimi anni, ma per quella dovrete aspettare ancora un po', tanto comunque quelli di voi che non mi hanno mai visto ormai sanno che faccia ho (non che si siano persi granché...).
     
    Il nuovo sottotitolo, che va a rimpiazzare i puntini di sospensione dopo la mia decisione di farla finita con l'inverno del nostro scontento, è semplicissimo, eppure - credo - efficace: ...il mio diario di bordo..., dove i puntini alle estremità vogliono sottolineare la natura di costante work in progress di questo spazio. Il che vuole rispecchiare anche la volontà di considerare la mia stessa vita come una sorta di cantiere aperto, di sviluppo continuo, di progetto che si realizza nel momento in cui si porta avanti...
     
    A questo proposito, ho cambiato anche la mia citazione preferita. Se avete letto le riflessioni con cui ho inaugurato il blog, sapete che non amo molto le citazioni, specialmente quando sono usate in senso avulso dal loro contesto originario. Per questa però ho voluto fare un'eccezione, anche perché non ho ancora trovato la fonte da cui è tratta, ma soprattutto in quanto riassume mirabilmente le mie attuali intenzioni:

    "Non è abbastanza fare dei passi
    che un giorno ci condurranno ad uno scopo;
    ogni passo deve essere esso stesso uno scopo,
    nello stesso tempo in cui ci porta avanti."
    (Johann Wolfgang von Goethe)

    Penso che ogni commento sia superfluo... Posso solo dire che mi auguro di continuare a seguire questa saggia indicazione.
    July 10

    Cartoline da Budapest - 7. All'improvviso una sconosciuta...

    Cartoline da Budapest
    7. Varie ed eventuali. All'improvviso una sconosciuta...
     
    È passato più di un mese dal mio ritorno dall'Ungheria, e ora desidero "spedirvi" l'ultima delle mie cartoline dalla capitale di quel paese... ci sarebbero alcune cose di cui vorrei parlarvi più a lungo, ma mi limiterò ad accennarle, perché c'è un fatto... un incontro fortuito, su cui vorrei soffermarmi alla fine.
    Perciò vorrei velocemente dirvi che:
    • un ottimo posto dove mangiare è il ristorante transilvano Székelykapu (Podmaniczky u. 26, aperto dalle 11 alle 23, da venerdì a domenica anche fino all'una di notte); la lista dei piatti è caratterizzata da specialità tipiche della Transilvania - per molti anni parte del regno di Ungheria, oggi in Romania - e di altre regioni ungheresi. Servono inoltre un'ottima pálinka transilvana; io ho provato quella alla prugna. I prezzi sono convenienti rispetto alla media dei ristoranti del centro di Budapest, le porzioni sono abbondanti e i piatti, almeno quelli da me provati, sono saporiti. Il rovescio della medaglia è che il posto è piccolo e di solito pieno, per cui è consigliabile prenotare, e che è quasi interamente situato in un piano interrato; se soffrite di claustrofobia, potreste avere qualche problema!
    • altro posto consigliabile è il Trófea Grill (ce ne sono diversi), dove a pranzo, per 10 euro, si può stare fino a 4 ore mangiando e bevendo tutto quello che si vuole, scegliendo da una vasta scelta di piatti, dall'antipasto al dolce e alla frutta; alcuni sono disponibili a buffet già pronti , altri - specialmente i secondi e i relativi contorni - sono crudi e vanno consegnati al cuoco, che li cucinerà per voi all'istante, accompagnandoli eventualmete con varie salse e salsine (formidabile l'impasto di peperoncino). Inutile dirvi che, vista una tale occasione, ho fatto letteralmente schifo...
    • fatta eccezione per alcuni piccioni al Bastione dei pescatori e un gatto incrociato in una stradina di notte mentre rientravo al residence, a Budapest non si vedono assolutamente animali liberi per le strade... mentre sono purtroppo evidenti i segni di una povertà ancora esistente, anzi verosimilmente accentuata dal cambiamento di sistema politico-economico prima e dall'adesione all'Unione Europea poi. Senzatetto accampati per la notte nelle stazioni della metro o sui marciapiedi a poca distanza da locali frequentatissimi soprattutto dai giovani, come nella zona della Stazione Nord, o vecchie signore dalle facce meste che vendono fiori o frutta agli angoli delle strade o sulle scalinate nei pressi delle stazioni, sono casi tutt'altro che rari;
    • è abitudine dei locali liberarsi del contenuto della propria vescica sulla pubblica via, anche in pieno giorno, come il panzone pelato da me notato dal filobus passando al ritorno dal Népstadion, appena nascosto dietro un alberello e con la mercanzia in bella vista Invano ho cercato negli altri passeggeri, in prevalenza signore più o meno giovani con bambini, segni di disapprovazione o di disgusto... Per non parlare dei rivoletti di piscia che punteggiano i marciapiedi del centro il sabato notte, segno evidente che, quando si tratta di abbeverarsi, gli ungheresi non sono da meno degli irlandesi (o di molti italiani...);
    • a proposito di Irlanda, ne ho trovato un piacevole angolo al pub Becketts (Bajcsy-Zsilinszky út. 72), dove ho gustato una bella pinta di Guinness. Il locale è un po' troppo grande rispetto a quelli da me visitati a Dublino, ma certamente è molto meno "finto" delle pacchianissime birrerie spacciate per "autentico pub irlandese" cui sono abituato in Italia. Inoltre, cercando un po' d'Irlanda in piena Ungheria, ho avuto la conferma di come mi porti sempre nel cuore l'Isola di Smeraldo...!

    E adesso, per concludere il mio piccolo diario di viaggio, vorrei parlarvi della "sconosciuta"...

    Era l'ultima mia sera a Budapest. Stavo scattando alcune foto al tramonto nei pressi di Batthány tér, una piazza sita a Buda in riva al Danubio, proprio dalla parte opposta rispetto al Parlamento. La piazza, come potete vedere dalla foto, ospita una stazione della linea 2 della metro, oltre a una fermata del tram, ai capilinea di vari bus e a un attracco sul fiume per le barche. Insomma, è un punto di transito abbastanza importante.

    A un tratto... mi trovai davanti questa scena. Una giovane donna con una borsa e un trolley osservava immobile il Parlamento dall'altro lato del fiume. Non sembrava fare caso ad altro; né al traffico, né ai passanti, né a me. Era ferma lì, come una statua vivente.

    Scattai la foto senza esitare. Mi piaceva, ma volevo dell'altro. Sapevo ciò che dovevo fare. Cambiai obiettivo, piazzando sulla macchina l'85 millimetri, e mi posizionai con discrezione alle spalle della sconosciuta. Quello che venne fuori al primo scatto lo potete vedere qui:

    Chi era? Cosa stava facendo lì, così ferma? Quali pensieri rimuginavano nella sua mente alla vista del Parlamento? Non lo saprò mai. Mi allontanai in direzione del Ponte delle Catene, guardando ogni tanto alle mie spalle per cogliere qualche cambiamento della scena. Vidi a un certo punto che si era rivolta verso la piazza, dal lato opposto rispetto a prima. Forse stava aspettando qualcuno che la venisse a prendere?... chissà!

    Fatto sta che la foto della "sconosciuta di Batthány tér" è diventata quella che riassume le emozioni da me provate in questo viaggio... così come la foto del prato alla periferia di Dublino un anno prima, guarda caso anche quella scattata  l'ultima sera prima della partenza.

    E così finiscono le mie "cartoline da Budapest"... al prossimo viaggio!

    (fine)

    July 07

    34

    34 anni fa, un sabato di luglio, esattamente come oggi.
    Alle 9 del mattino, veniva al mondo a Messina un bambino. Si sarebbe chiamato Alessandro.
    Quel bambino sono io...
    Oggi è un giorno speciale: il giorno in cui rifletto su quello che ho fatto nel passato, sulle mie esperienze attuali, su ciò che mi aspetto nel futuro.
    E devo dire che, dopo tanto tempo, non so più quanto... posso dire di sentirmi BENE!
    Una frattura tra me e la vita, la cui radice forse sta nella mia non felice adolescenza, sta finalmente per sanarsi.
    Non mi lascio più travolgere dalla negatività; la contemplo come una delle possibilità dell'esistenza, ma non necessariamente come la possibilità.

    Troppo a lungo mi sono soffermato nella convinzione che la tristezza, la malinconia, la solitudine costituissero l'immutevole paesaggio del mio cammino di vita. Non era altro che una forma di autocommiserazione, di falsa consolazione. Quasi mi convincevo che fossero un sinonimo di profondità di pensiero, la prova della mia sensibilità.
    Troppo a lungo ho creduto questo: e cosa ho ottenuto?
    Nient'altro che delusioni, rabbia, voglia di isolamento, mancanza di prospettive, in una parola: male.
    Ma dalla voglia di uscirne fuori, e dal confronto con l'altro... è sorto il cambiamento.
     
    Adesso sento di emanare luce... una grande luce; non sento più angoscia, non provo più invidia, non mi piango più addosso.
    Al contrario, i contrasti, le manchevolezze e le negatività di ogni giorno non mi condizionano più al punto da farmi dimenticare che esse non sono ciò che desidero dalla mia vita.
    Infatti è vero, come diceva Gramsci, che è giusto essere pessimisti nella ragione, cioè analizzare le situazioni problematiche con attenzione e coraggio, anche se quello che scopriamo può farci cadere nello sconforto, ma che è altrettanto giusto perseguire l'ottimismo della volontà, ossia non desistere mai dal migliorare, anche se solo di un millimetro, noi stessi e il mondo che ci circonda, attraverso il nostro comportamento.
    Perché, se le cose vanno male, è da pazzi affossarle sempre di più, invece di adoperarsi per farle andare bene. E questo vale a livello individuale come a livello sociale e planetario.

    Palermo, giugno 2007 (grazie a M. per la foto!)

    Ora sono pienamente consapevole di fatti semplici, eppure importanti, come: avere un tetto sulla testa; non avere grossi problemi di salute; essere circondato da persone che si prendono cura di me; conoscere altre persone che, anche se non posso vederle o sentirle tutti i giorni, nondimeno hanno sempre un posto per me nel loro cuore, come io l'ho per loro; svolgere un lavoro che, con tutte le sue storture, ho scelto io e accetto con responsabilità; essere in grado di poter coltivare tutti i miei interessi.
    Preso com'ero dalla negatività, non riconoscevo del tutto questi fatti, ma mi creavo delle illusioni... dei desideri fittizi. Ci sono ben altre cose per cui vale la pena di intristirsi. Però forse è stato necessario che io vivessi nel buio, affinché ora potessi apprezzare la luce molto più di prima.
     
    E il mio augurio, in questo giorno così significativo per me, è che la mia luce, così faticosamente riaccesa, possa contribuire a tirare fuori dal buio qualcun altro, così come la luce delle persone amiche ha illuminato i miei pensieri.
    Perché c'è tanta bellezza nel mondo, malgrado noi esseri umani, che pure ne creiamo, facciamo spesso di tutto per distruggerla, o non vederla.

    July 05

    Cartoline da Budapest. 6 - La Storia su quattro ruote!!

    Cartoline da Budapest
    6. La Storia su quattro ruote!!
     
    Riprendo a mandarvi le mie "cartoline" dalla capitale ungherese, ormai sono quasi giunto alla fine! Stavolta vorrei parlarvi di qualcos'altro che mi ha colpito parecchio: la frequente presenza di automobili risalenti al periodo in cui l'Ungheria era parte dell'alleanza facente capo all'Unione Sovietica. In particolare, Budapest è disseminata di Trabant, le leggendarie macchinette prodotte nella Repubblica Democratica Tedesca, caratterizzate dalla carrozzeria in resina sintetica e dal motore a due tempi (!). Quasi tutte quelle da me viste parcheggiate o per le strade sono in buone condizioni; alcune, come questa P-601 fotografata nel quartiere del castello di Buda, anche in ottimo stato.

    Il distintivo "vecchio stile" dell'automobile club ungherese
     
    Oltre alle Trabant sono pure diffuse, anche se di meno, le Wartburg, l'altra principale classe di automobili costruite nella RDT. Prive del fascino "popolare" della Trabant, sono comunque abbastanza diffuse anch'esse. Tuttavia i segni del tempo sono più evidenti nelle Wartburg: giunture arrugginite e parti disallineate sono comuni da vedere.

    Wartburg 353

    Wartburg 353 modello station wagon "Tourist"

    Non mancano le automobili costruite nell'Unione Sovietica e in Russia, soprattutto le VAZ Lada, dalla Niva - fuoristrada conosciuto e apprezzato anche in Italia -, alla Samara, a modelli più recenti. Qui però vediamo un esemplare di VAZ-2105, variante anni '80 dell'automobile più diffusa in Russia, basata originariamente sulla Fiat 124 e ancor oggi in produzione (ben 15 milioni di esemplari prodotti dalla fine degli anni '60 in poi!).

    La più spettacolare che ho visto, però - a parte una splendida Tatra anni '40, notata di sfuggita dall'autobus passando davanti all'hotel Hilton e mai più rivista né fotografata, ahimé! - è indubbiamente questa Moskvich 2140: notate l'arancione della carrozzeria (originale, le producevano davvero così!), il ferro di cavallo sul radiatore e le tendine sul retro.

    ***
     
    Dopo tutte queste auto dell'Est, però, devo mostrarvi qualcosa di assolutamente agghiacciante. Qualcosa che fa veramente riflettere su come il cattivo gusto occidentale sia riuscito a mietere vittime anche nell'Europa centro-orientale, in questo mondo dove ancora a tratti il tempo sembra essersi fermato - nel bene e nel male. Non ci sono parole per descrivere l'orrore e il raccapriccio da me provato nel vedere...

    ...una Peugeot 205 nera con le fiamme dipinte ad aerografo sul cofano e sulle fiancate!!!
     
    Come diceva il prof. Fontecedro, quel personaggio di Daniele Luttazzi: disgustorama!!!
     
    (continua...)